Negli ultimi giorni ho rimesso mano ad un libro (Arte a Celano, segni del Novecento) che dovrebbe uscire entro maggio: questa volta mi ha fatto balenare l’idea di un volume che tratta dell’arte contenuta dentro una città. Il lavoro dovrebbe comprendere palazzi, strade, monumenti, chiese, cimiteri, fontane, affreschi, arazzi e quadri in luoghi pubblici e privati, effimeri murali, opere d’arte in transito, arredamento, oggetti d’uso comune dotati di pregio – anche sogni, progetti d’opere d’arte.
Durante il lavoro avevo accennato ad un dialogo con un amico di Luco dei Marsi, che mi aveva segnalato la presenza, nel municipio e nelle abitazioni del suo paese, di numerose opere d’artisti italiani molto conosciuti, tra gli anni Sessanta e Settanta. Ho recentemente impiegato l’espressione: «quadro di un pittore (locale) della domenica», con riferimento all’arredamento dei nostri bar, per un testo che immetterò, in versione ridotta, su Splinder agli inizi d’ottobre. Ho ritrovato, infine, un opuscolo (Giro d’Italia, Città di tappa, Avezzano, 16 maggio 2003), che forniva dei ragguagli sulla nostra «importante “Pinacoteca”»; l’articolo, non firmato, è titolato Città di Avezzano.
Da tempo molti mi chiedono di scrivere, alla mia maniera, sull’arte nella mia città: spero di accontentarli in quest’occasione. (A dirla tutta, volevo dedicare il post d’aprile ai fiumi, all’azione dell’acqua sulla terra che ci sostiene). «Alla tua maniera» nel gergo dei miei conoscenti vuol dire: senza peli sulla lingua. Nel nostro caso, sarà (infinitamente) più produttivo partire dal mio modo di trascorrere la giornata – passando più tempo possibile tra le arti, ne parlo con un minimo di cognizione, di passione –, dal mio rapporto con l’establishment – restar fuori, aiuta a veder meglio quello che succede dentro –, più che dal mio carattere.
Cito due esempi, tanto per dare un’idea dell’ambiente. 6 dicembre 2007, stagione di Jazz on: ho assistito, insieme ad altri cinque paganti ad un concerto del gruppo di Scott Dubois. Durante la tournée, il chitarrista statunitense sfoggiava un ottimo sassofonista tedesco – «Gebhard Ullmann is one of the finest improvising artists in the world today», Paul Bley dixit.
Lo spettacolo (fuori abbonamento) della stagione Atam, Pinocchio, è stato annullato perché nella prevendita era stato acquistato un solo biglietto. (Era l’unico spettacolo della stagione che m’interessava). Teatro Del Carretto è una delle migliori compagnie italiane di teatro «di ricerca» che nei suoi venticinque anni di vita ha girato mezzo mondo: ho assistito ad un loro spettacolo in Francia – www.teatrodelcarretto.it.
D’altra parte, il forestiero che passa per la città, non è attratto dalla bellezza dei palazzi pubblici, né tanto meno da quella delle abitazioni private. Il suo occhio non indugia di fronte alle chiese (per la verità, i giapponesi sono intrigati dal kitsch della cattedrale), ai monumenti o alle fontane. Una persona che vive in un ambiente del genere, come sviluppa un senso artistico, qual idea ha delle arti, in generale?
Buona parte degli oggetti d’arte, presenti in città, è nascosta dai muri esterni delle abitazioni. La maggior parte di tale massa è entrata nelle case degli abitanti d’Avezzano tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando ogni famiglia «borghese» sentiva il dovere d’ostentare uno o più quadri alle pareti del corridoio ed il pianoforte nel salotto – non di rado, come pezzo dell’arredamento. Il bisogno di tenere qualcosa di pitturato dentro casa, fece crescere il numero delle persone che dipingevano. (Si può azzardare il paragone con chi, oggi, apre un ristorante: è un investimento, un’attività come tante). In breve, la pittura era divenuta nel giro d’alcuni anni, per molti, una seconda o una terza fonte di reddito.
Un’altra parte delle opere, delle statuine che si ponevano sugli scaffali, proveniva dai mercanti d’arte romani. A loro si affidava l’Avezzano bene per adornare le proprie abitazioni; la borghesia sentiva il bisogno della firma famosa. Ci fu un discreto afflusso di croste, copie, quadri contraffatti: in fondo, bastava che s’intonassero con il colore delle pareti.
Per alcuni lustri sono cresciuti gli spazi espositivi, le occasioni per far conoscere gli artisti locali. In città si affermò uno stuolo di critici d’arte (soi disant) ed esperti d’arte (soi disant), di persone dai mestieri più disparati, ma «con il pallino dell’arte» (soi disant), che riempivano le pagine di quotidiani e riviste locali con i loro scritti sui numerosi amici che dipingevano, a tempo perso. Gli stessi artisti erano persone note in città, coccolate dai centri del potere economico e politico. (Per restare nella gastronomia. La critica d’arte, da noi ed in Italia, funziona all’incirca come una guida ai ristoranti dopo tre anni di vita: è attendibile solo per i primi migliori dieci).
Mi chiedo: che cosa è rimasto di quel mondo? L’elenco è breve: l’«importante “Pinacoteca”» e lo stormo di critici d’arte (soi disant) ed esperti d’arte (soi disant), di persone dai mestieri più disparati, ma «con il pallino dell’arte» (soi disant). Di qualche utilità la prima, per via di due, tre opere esposte (anche per vedere come impiegavano il tempo libero molti miei compaesani), inutile il secondo. E’ rimasta una galleria comunale d’arte ma è frequentata prevalentemente da una serie di venditori (antiquari, venditori di tappeti, mercanti d’arte varia). L’accesso agli espositori è a pagamento. Ricordo che la mia ultima mostra a L’Aquila si è tenuta in un locale privato e che anche la pubblicità ed il personale era gratuito. A fine mostra, l’espositore cede un suo pezzo al Comune – facendolo tutti, ci sarebbe bisogno di un grande edificio per contenere l’ingente mole di materiale raccolta negli anni. (E i performer, le istallazioni?)
Chi rimpiange il tempo andato, ignora che da noi oggi, un numero ieri impensabile di persone, lavora nel campo dell’arte (musica, teatro, arti visive ed applicate). I nostalgici ignorano cosa dipingevano gli artisti in Italia, e da noi, quando Rothko, Reinhardt e de Kooning firmavano le loro tele dall’altra parte dell’oceano. I nostalgici, che ricordano a memoria le mostre nostrane, ignorano il contenuto delle esposizioni che si tenevano nello stesso periodo nelle gallerie, nei musei degli Stati Uniti – anche Oltremanica.
Bisogna risalire al significato che avevano le mostre, gli artisti nella Marsica del tempo andato, per comprendere tale forma di nostalgia. (Era comodo per molti personaggi, che non investivano un soldo per allestire una mostra personale, appendere un proprio quadro accanto a quello di un artista affermato. Allora come oggi, era la società a riconoscere una persona come artista. L’artista doveva essere una persona conosciuta, affermata nel mondo del lavoro, nella società; una persona che i concittadini «prestavano» alle arti: per questo si potevano tollerare alcune sue pose romantiche, alcuni suoi eccessi «da artista»).
La gente ignora, collettivamente, gli artisti d’oggi perché è cambiato il rapporto tra i produttori d’arte ed il mondo della politica, tra artisti e mass media. La politica (i mass media, di riflesso), non controlla più le forze produttive nel campo dell’arte.
I produttori d’oggi, per vivere, non possono fare affidamento solo sulla (bella o brutta) figura registrata alla mostra o al premio annuale, sull’amico sindaco che fa acquistare, dal comune, un quadro di quando in quando – come succedeva in passato. Da noi, un artista non riuscirebbe a vivere solo con le proposte che provengono dal nostro ristretto mercato, dominato dal gusto di una borghesia (formata da parvenu) da operetta. Si assiste da una parte alle vecchie e consolidate pratiche clientelari, dall’altra alla fuga degli artisti dalla «scena» cittadina, dalla stessa città.
Pesa, sulla vita di chi oggi vuole lavorare nel campo artistico, sulle sue prestazioni, sul suo ruolo in città, la zavorra di un passato che molti vogliono che non passi, per il carico di privilegi che ancora comporta. Avezzano è una città che si riconosce nella vita e nelle figure degli anni Sessanta, nella Settimana marsicana; che copre con la beneficenza nei confronti del Terzo mondo la coscienza sporca nei confronti dei suoi «figli invisibili» che portano il suo nome fuori della cerchia di monti circostante.
Manca, purtroppo, un briciolo di senso critico collettivo – non solo per le cose che riguardano le arti.
Dopo otto mesi di permanenza su Splinder, mi tolgo lo sfizio di fare il blogger.
Scriverò di una vicenda capitatami il 26 febbraio: penso che i pochi italiani che mi leggono, si riconosceranno nella situazione, nei panni dei protagonisti. Sono andato ad un convegno sui rifiuti organizzato dal capo della minoranza al comune. Tra i relatori comparivano gli assessori all’ambiente di Regione, Provincia, Regione. L’assessore regionale (Franco Caramanico) ha illustrato il «suo» Piano regionale di gestione dei rifiuti. Un piano «concertato» con diversi attori sociali quindi, uno strumento che ha ricevuto un’approvazione unanime. (Va reso merito a Caramanico per aver impostato una politica dei rifiuti, a differenza dei suoi predecessori).
Ciò che mi è sembrato strano nella sua relazione, è stato l’ordine delle fasi di gestione e l’assimilazione, la confusione tra alcune delle stesse. (Mi sono inalberato quando ho sentito proferire, a supporto della politiche del piano, il termine «Europa» – mi capita quando sento nominare invano il nome del nostro continente, di tanti suoi civilissimi abitanti). Nella parte finale c’è stato un entusiastico accenno alle questioni energetiche che mi ha riportato indietro nel tempo, all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso quando leggevo le previsioni dei nuclearisti.
Nel mio intervento, ho ristabilito la gerarchia degli interventi consigliata dall’Unione europea: 1 - riduzione dei rifiuti, 2 - raccolta differenziata e riciclaggio, 3 - recupero energetico senza combustione, 4 - recupero energetico con combustione. Ho ordinato le quattro fasi proprio con un numero, non con una lettera. Ho quindi posto una domanda semplice: come intende, la Regione, ridurre del 5% la quantità di rifiuti prodotti dagli abruzzesi? Ho anche citato alcuni tipi di confezione, d’imballo: mi aspettavo che l’assessore ripetesse uno di questi a casaccio, tanto per rispondere.
Lo schema proposto, in realtà, segna il passaggio da politiche del tutto-in-discarica al tutto-nell’inceneritore. Mi è sembrato sensato chiedere se, in Regione, avessero una mezza idea di dove sistemare le ceneri tossiche derivanti dagli inceneritori (Marsica, Abruzzo, Albania, Cina), montagne di materiali che crescono ad una velocità inferiore di due terzi rispetto a quelle dei rifiuti solidi urbani. Ho segnalato il rischio, per più di un amministratore, di vedere la propria politica di riduzione dei rifiuti ingessata per la durata della vita di un inceneritore.
Mi sono soffermato, brevemente, sulle questioni energetiche poste dal relatore: abbiamo bisogno di tanta e tal energia? Ho poi accennato alla decina di centrali idroelettriche che si vogliono costruire in Abruzzo ed al silenzio che circonda la vicenda – per dirla con Travaglio: «politica ed economia rubano, l’informazione tiene il sacco». (Per non parlare della – sconosciuta – nuova legge urbanistica regionale definita da Vezio De Lucia: «inverosimile per sciatteria e pressappochismo non disgiunti da velleitari aneliti alla modernità» su www.eddyburg.it, 20 dicembre 2007). Ho messo a confronto il modo di pensare la produzione d’energia in Italia e negli Stati Uniti. Da noi le cose vanno così perché mancano gli operatori, la concorrenza tra operatori, la pianificazione.
Non mi aspettavo molto dalla replica ma sono rimasto, in ogni modo, deluso dalle risposte banali – quando le ho ricevute. Dopo la replica, l’assessore ha abbandonato il consesso – spero che sia una consuetudine solo abruzzese.
Ben presto ho alzato i tacchi anch’io. Non solo per risparmiarmi d’ascoltare altre amenità. Mi dava fastidio vedere i miei coetanei prendere in giro persone che avevano l’età dei loro figli.
(‘Some people don’t know shit about the... / Air...’)
Scrivo due righi su Odore di inchiostro, che sarà presentato, da noi, l’8 di questo mese – www.haydir.com.
(Approfitto della sede, più opportuna di quella della sala da proiezioni, avendo partecipato al documentario come disegnatore... senza contare che, nel dibattito che seguirà, si parlerà prevalentemente della condizione dei mass media italiani).
E’ la prima volta che, dalle nostre parti ed in tempi dominati dall’individualismo, dalla ricerca del facile arricchimento, vedo tante persone mettersi a disposizione di un regista per realizzare un’opera. Il documentario racconta una fase del fenomeno delle testate giornalistiche auto-prodotte nella Marsica. In genere, i «giornalisti» sono persone comuni, gruppi d’amici, che iniziano a raccontare la vita in società dei piccoli paesi – senza velleità professionali. Non di rado, un periodico – mensile o bimestrale – riesce a pubblicare delle autentiche notizie.
(Dopo un lungo periodo, in cui abbiamo assistito alla chiusura d’alcune centrali idroelettriche, si ha notizia che 27 fiumi abruzzesi sono interessati da un centinaio di progetti di nuovi impianti. Riepilogo la situazione marsicana. Sul Liri dovrebbero costruire 10 impianti: 2 sono di Enel spa, 3 di Enel Green Power spa, 2 di Snie spa, uno di Idreg spa, Futura Service e Comune di Cappadocia. Sul corso del Giovenco sono previste due centrali: una del Consorzio di Bonifica Ovest Liri-Garigliano, l’altra del Comune d’Ortona dei Marsi. Burgo spa ha richiesto di costruire un impianto a Civitella Roveto, sul nuovo emissario del Fucino, mentre Enel Green Power spa è pronta a collocare una centralina – la terza – a Morino, sul torrente Schioppo).
M’imbatto, saltuariamente, nel sito del mio comune. A fine ottobre, ho trovato un nuovo forum. La discarica di Santa Lucia era destinata all’esaurimento entro l’anno: Che fare? Alcuni volenterosi sono intervenuti, immaginando dove andava a parare il quesito. Ho trovato la faccenda un po’ bizzarra («ritenete possibile seguire una strategia di contenimento dei costi e di ricerca di autonomia rispetto al problema smaltimento rifiuti?») e mi sono astenuto dal consigliare.
Il nuovo anno è iniziato, sui giornali ed in televisione, con la cosiddetta emergenza dei rifiuti nella provincia di Napoli. La vicenda non mi ha appassionato per il motivo che, essa, è stata trattata, generalmente, con superficialità.
Ho apprezzato, come talvolta accade in casi del genere, gli scritti d’uomini di cultura più che dei giornalisti, degli amministratori, degli esperti, degli uomini politici, degli ambientalisti. Concordo, quasi per intero, con l’articolo di Roberto Saviano; al contrario, ho trovato sterile il pezzo di Raffaele La Capria. In genere, gli uomini di cultura hanno uno strano legame col mondo («tutto ciò che accade») e per questo riescono a produrre immagini insolite che, talvolta, possono far cambiare idea alle persone. Immaginavo maggiore coraggio, scaltrezza, da parte di La Capria che esordiva con: «Ma io come posso cominciare questo articolo sulla monnezza a Napoli, come posso se non con un accorato: Io non so». Quelle parole, in compenso, indicano una virtù divenuta rara in Italia: l’onestà intellettuale.
Io ne so poco più di Saviano – che ha 24 anni meno di me – su questi argomenti, però voglio proporre un approccio più adatto a questa «testata».
Riparto dagli scrittori e visto che qualcuno ha evocato Leonia, ne prendo un pezzo a piacere. Copio da Calvino (1972): «Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti». (E’ un brano illuminante, fecondo, anche se si tratta di letteratura – una cosa che si regge in piedi, solo, sui fogli su cui è stampata). A quel tempo, schivavo già i sacchetti di plastica perché mi rendevo conto che siamo noi, abitatori di città, a costruire la nostra montagna di rifiuti. Il caso volle che la morte dello scrittore (1985) cadesse in un periodo di sequestri, da parte della magistratura italiana, di discariche comunali fuori norma – quindi pericolose per l’ambiente e l’uomo.
Negli anni Novanta, le righe sopra citate continuavano a sollecitare riflessioni. La pressione ai bordi tra le città-immondezzaio mostra i primi effetti: le città più grandi, che producono più rifiuti, riescono a spostare una parte di ciò che scartano in quelle più piccole. (A quel periodo risale la scoperta dei primi traffici illegali di rifiuti tossici tra le regioni industriali del Nord ed il resto dell’Italia, tra la Penisola, l’Europa, ed il Terzo mondo).
Langer (buonanima) scriveva nel 1990: “Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del «di più» ad una del «può bastare» o del «forse è già troppo»”.
Le montagne dei (nostri) rifiuti continuano a crescere sempre più, nonostante gli inceneritori riducano la quantità (crescente) di scarti che decidiamo di eliminare*. (Scrive Bauman: “nessun oggetto è «rifiuto» per le sue qualità intrinseche e nessun oggetto può diventare rifiuto attraverso la sua logica interna”). Le righe di Calvino emettono ancora dei bagliori per orientarci nelle tenebre costruite dai mass media; mentre il sociologo polacco, descrive come alcuni uomini applicano ad altri (uomini) un trattamento simile a quello usato per i rifiuti, che alcune parti della città sono interessate da un’altra forma di smaltimento.
Negli ultimi giorni ho sentito alcuni consigli** dei conoscenti per rimediare all’esaurimento delle discariche... ho ascoltato anche un signore, in tv, affermare con sicurezza che l’inquinamento gassoso prodotto da un inceneritore italiano di grossa taglia è uguale a quello di un’automobile. Da anni non si parla più della presenza d’alte concentrazioni d’atrazina nell’acqua dei pozzi in val Padana.
In questi casi, più che le analisi, gli studi scientifici (che i giornali non pubblicano), ci si può affidare alla letteratura. Gianni Celati – nei primi anni Ottanta –, così raccontava la piana, il delta del Po: «Di fronte allo zuccherificio in rovina, sulla sponda del canale ci sono mucchi di rifiuti. Qualcuno ha scaricato qui un vecchio frigorifero, un materasso a molle, una sedia rotta», «Visto di qui, il Po è una vasta corrente nera coperta di rifiuti e macchie oleose e bolle spugnose, che scendono come un esercito in odine sparso», «Anche l’acqua del fiume sembra immobile, e nella pianura fin dove posso vedere non c’è nessuno», «Finalmente un uccello», eccetera. Le descrizioni di Celati sovente ci raccontano di scene di distruzione e morte prodotte, pensate, prima dentro la testa degli uomini e poi messe in atto all’esterno, nel paesaggio: «Qui intorno hanno massacrato le spiagge, trasformato la zona in un deserto di domicili estivi, una catastrofe di paccottiglie ovunque».
(Interessa a qualcuno che la Campania ci deve 64.000 euro per l’immondizia scaricata quattro anni fa?)
* La mia idea di rifiuto risale alla fanciullezza. Gli unici scarti, per me, erano quelli alimentari; tutto il resto era allontanato molto lentamente. Le cose che non servivano erano portate nelle cantine. (Le persone, nelle discussioni, parlavano di ciò che non occorreva più a loro: capitava che Caio andasse a recuperare, nella cantina di Tizio, il mezzo barattolo di smalto – color panna – avanzato). Dopo alcuni anni, secondo l’importanza, l’oggetto usciva fuori casa. Domanda: Dove era abbandonato? In genere gli oggetti «buoni» restavano nei prati vicini all’abitazione dell’ex proprietario – per renderli disponibili a chi n’aveva bisogno. (E’ una pratica rimasta in uso presso i clochard). Noi ragazzi, conoscevamo i luoghi dove poter trovare assi e casse di legno, chiodi e pezzi di corda in buone condizioni, bacchette d’ombrello, manici di scopa, barattoli di vernice, fili elettrici, sacchi di juta, pezzi di metallo, copertoni di bicicletta, barattoli vuoti, cartone pressato, tubi di stufa, viti con bulloni, eccetera... il filo di ferro si trovava ovunque.
Durante le nostre incursioni in un giardino abbandonato, catalogavamo tutto ciò che ci capitava sotto gli occhi. Qualcuno fantasticava sull’uso di una cassetta di ferro ma, alla fine, lasciavamo tutto dove si trovava.
Dopo neanche venti anni, il modo di pensare delle persone era cambiato, profondamente. Al centro, gli spazi vuoti erano stati ricoperti da palazzine e cortili di cemento.
Mi capitava di andare ad arrampicare con gli amici sulle pareti del monte Cervaro. Terminato di salire lungo le brevi vie – neanche un tiro di corda –, voltandomi verso la città, notavo sempre una dozzina di persone impegnate a recuperare materiali nell’immondezzaio. Provavo uno strano stupore a vedere quelle formichine dall’alto un po’ perché mi facevano pensare alla mia vita al tempo dell’infanzia, un po’ perché sapevo che recuperare metallo era un lavoro che avevo evitato... nella mia ingenuità, ignoravo come la società stava cucinando, a fuoco lento, quelli come me.
Con l’istituzione della discarica controllata di Santa Lucia è finito il tempo della «raccolta differenziata» ad Avezzano.
Oggi, quando mi avvicino al cassonetto della carta per depositare i miei «scarti» e mi piego per raccattare un involucro della pasta, di un medicinale, caduto casualmente dal mio pacco, devo mettere in conto lo sguardo compassionevole di qualche passante che vorrebbe chiedere: «Ci credi ancora?».
** A) Lo stato dovrebbe combattere gli sprechi e limitare i consumi delle persone.
B) I comuni dovrebbero puntare a recuperare tutto il vetro, la carta, il metallo e la plastica che si scarta in città. Sistemare i cassoni per la raccolta differenziata sul bordo dei marciapiedi – da noi, sui marciapiedi –, è una politica che non ha pagato.
C) Evitare l’impiego, dentro casa, del modello-ufficio per quanto riguarda i rifiuti: l’addetto alle pulizie mette tutto (barattoli, bottiglie, cartacce, penne, bucce di banana, quotidiani, bicchieri di plastica, cd, biscotti andati a male) dentro una capace busta e getta via.
D) I cuochi dovrebbero riscoprire il gusto di cucinare, anziché continuare a scaldare confezioni di cibi mezzi cotti e condire con salse in barattolo.
E) Le segretarie, le commesse, dovrebbero smettere di portarsi dietro le bottigliette d’acqua come ad una marcia in montagna – meglio una pausa al caffè.
F) Un numero maggiore di commercianti dovrebbe preferire la vendita di prodotti confezionati con un numero ridotto d’involucri.
Mi è capitato di parlare di città con conoscenti che mi confessavano le loro paure di vivere ad Avezzano. In grossi paesi come il mio, le persone sono particolarmente sensibili (lo dicono anche le statistiche) ai problemi della sicurezza personale. (E’ più onesto scrivere: problemi legati all’insicurezza personale). E’ inutile ripetere che da noi sono sconosciute, inimmaginabili, la delinquenza e la violenza delle grandi città italiane, delle metropoli d’Oltralpe e d’Oltreoceano.
Per anni ho pensato che tale «percezione» (come si dice oggi) dipendesse esclusivamente dalle dosi massicce di tv cui si esponevano alcuni miei compaesani – nei mass media si tratta in modo esteso di cronaca –, negli ultimi tempi ho rivisto le mie idee.
Al conoscente (dei quartieri nuovi) che raccontava la sua paura d’uscire di casa dopo cena... io lamentavo dei tavoli d’alcuni bar che, ostruendo il marciapiede, turbavano le mie passeggiate estive. Non riuscivo mai a far capire, ai miei occasionali interlocutori, l’oggetto comune delle nostre discussioni: gli effetti di cause micro e macroeconomiche sulla nostra città. (Al solito, il problema è il forestiero di turno – stavolta tocca ai rumeni. Gli stranieri arrivano dalle nostre parti allo stesso modo delle schiere d’operai, falegnami, fabbri, mercanti, contadini, prostitute, lestofanti che, nell’antichità, andavano a costruire, a far funzionare, ad ingrossare Ur, Babilonia, Ninive, Gerico, Roma).
Le differenze di veduta, nelle chiacchierate, erano legate al fatto che la quasi totalità delle persone, parlando di città, ricorreva a concetti prossimi a quello di polis, mentre io avevo (ho) in mente il luogo fisico, l’urbs.
Sotto la mia prospettiva, il vandalismo del sabato sera in centro (che un romano, un napoletano o un milanese stenterebbe a notare), deriva dal costante spopolamento di quella porzione di città; dal fatto che nel fine-settimana, dopo le 23,30, la piazza e le vie circostanti sono piene solo di giovani avezzanesi – di una certa età. (La zona intorno alla piazza centrale, verso mezzanotte, diventa un luogo – meglio, un non-luogo –, per il passeggio motorizzato proprio perché sono pochissimi ad abitare da quelle parti).
Da noi, in molti si fregano le mani quando affittano ad alto prezzo, in nero, un appartamento a lavoratori extra-comunitari. Per questo, alcuni vecchi stabili tendono ad essere occupati solo da stranieri – che condividono molte cose tra loro, oltre alla condizione lavorativa. (Gli Stati Uniti conoscono, meglio di noi, i rischi sociali derivanti dall’ammassare, dal concentrare grandi masse di persone dello stesso tipo, in uno spazio urbano). Con il tempo, le zone più vecchie e degradate della città si riempiranno solo di migranti – che vivono in Italia per due o tre decenni, giusto per fare un po’ di quattrini. Si parlerà, tra non molto, di quartieri «in affitto». (Ameranno in qualche modo, costoro, l’Italia, la città, il quartiere-isola, la palazzina-isola che li ospita?)
Detto senza mezzi termini: è l’ingordigia del mercato immobiliare, unito alla (complice) mancanza di politiche urbanistiche e per le abitazioni delle istituzioni, che devastando la città fisica, innescano la dissoluzione della civitas, della polis.
Nelle discussioni mi sono dilungato, anche, ad elencare tanti «oggetti» scomparsi dal centro, un po’ per obsolescenza, un po’ perché sono venute meno le funzioni cui essi sono collegati. La zona della piazza sembra come lisciata, purificata rispetto a venti anni fa. (Le scarse tracce delle persone nel luogo più frequentato della città – anche le scritte, i discendenti di rame presi a calci –, indicano passaggi). In un ambiente del genere, un placido maghrebino accovacciato per terra, con il suo lenzuolo di cianfrusaglie colorate stride per la sua umanità. In fondo, il centro è divenuto un luogo di consumo, non d’incontro. I momenti di massimo affollamento della piazza sono legati al consumo. (L’illusione di molti è che con meno stranieri nelle strade, si possa uscire di sera con maggior tranquillità e ritrovare perfino gli ambienti di una dozzina d’anni fa... con i prezzi, in lire, di quel periodo).
Non mi aspettavo, negli ultimi tempi, discussioni su un paio di nuove intitolazioni di strade. Il primo è indicativo di come, da noi, si cancelli quel poco che ha a che fare con la storia della città, il secondo l’affronterò di passaggio, perché mi è stato richiesto di pubblicare un altro pezzo di C.A.S. – ovviamente, non ho ricevuto e-mail da Torino, Los Angeles o Bruxelles: ho incontrato casualmente un vicino di casa. (Resta valida la nota del numero precedente: la parte tra parentesi è stata scritta dopo le elezioni aministrative).
1) Via Di Lorenzo al posto di via delle Industrie. Negli ultimi decenni, chissà quante persone si sono chieste il perché di una tale denominazione. In realtà, fino a pochi anni fa lungo la strada s’incontrava il capannone della 3C – l’unica fabbrica impiantata dentro la città, a ridosso del centro –, il cui camino svettava tra le case quando si volgeva lo sguardo verso nord. La gente gli rivolgeva scarsa attenzione anche perché era difficile immaginare che, proprio dietro la chiesa di San Rocco, si fabbricassero scocche per sedie in compensato. E’, invece, una delle due fabbriche storiche rimaste, insieme alla cartiera, per la città. (Ci sarebbe molto da scrivere su questi due insediamenti tanto importanti per gli avezzanesi, che resistono da decenni alle sfide del mercato internazionale). Nella Avezzano dei primi decenni del Novecento, un paio di fabbriche erano state poste nei pressi della stazione ferroviaria: questo spiega l’origine della denominazione. Si trattò, allora, d’intitolare in modo poco fantasioso, banale, indubbiamente.
Oggi, con la nuova targa, in molti ci si accorge di aver perso qualcosa d’indefinibile; che il termine «Industrie», pur nella sua semplicità, era veramente denso di memoria, di storia.
2) La storia dello spazio dietro i locali della Pro loco – la «Posta vecchia» per quelli avanti con gli anni –, è iniziata da pochi lustri.
Si trattava di uno spazio tra due edifici coperto d’asfalto, lungo all’incirca 22 metri e largo 9. Ci avrò visto bollire, da bambino, una capiente caldaia con le bottiglie di salsa di pomodoro – un paio di volte, sì e no. Tra ragazzi, si evitava quel posto perché avevamo di meglio: il centro conservava alcuni spazi «verdi» (privati) abbandonati... e poi, avevamo a disposizione le strade. Dopo le nevicate, spuntava un pupazzo di neve. Ci vedevo giocare a pallone, ma non era un’abitudine dei ragazzi che abitavano da quelle parti: anche i loro portieri preferivano gli spazi erbosi. Di rado, qualcuno giocava a tennis con il muro. Probabilmente era usato anche per esporre al sole le pannocchie di granturco – in quel periodo, da noi, esistevano ancora i contadini e praticavano questa tecnica in spazi simili, posti lungo la stessa strada. Di quando in quando, notavo gli abitanti dei condomini, o qualche passante, fermi a chiacchierare.
Immagino di essere tra i pochi ad accorgersi che era uno dei due, tre posti della città attraversabili diagonalmente – secondo traiettorie dettate dall’umore.
[La prima trasformazione comportò una riduzione del manto impermeabile; comparve, nel giro di pochi giorni, un giardinetto con qualche alberello e due panchine.
In quel periodo, quel piccolo rettangolo nero era già divenuto un semplice luogo di passaggio, una sorta di via invisibile. Si accorsero in pochi degli effetti della trasformazione: gli alberelli avevano, in ogni modo, poco appeal, le panchine erano utilizzate raramente dalle coppiette per via dell’esposizione ai raggi del sole e agli sguardi dei passanti... chi attraversava il giardino, aveva l’impressione di tagliare lo spazio a 45°. Gli ubriaconi, i barboni non degnavano d’attenzione le panchine, perché si capiva a prima vista che erano scomode per starci, seduti o sdraiati, a lungo. Per alcuni anni, i ragazzi delle medie «adottarono» quello spazio e dava piacere trovare, in una zona molto trafficata dalle auto, segnali di vita, di tenerezza quando passavo da quelle parti. Erano, tra l’altro, le uniche cure che riceveva quel minuscolo giardino.
Dopo anni d’incuria come, del resto qualsiasi spazio verde cittadino, è arrivata la recente sistemazione. La cura è stata identica a quella delle altre aree, strisce di verde pubblico: una base di cemento su cui ammucchiare la terra, poi sono stati impiantati degli alberelli e varie piante. Per completare l’opera, sono state allocate due basse fontanelle «ornamentali», con acqua a ciclo continuo, ai lati di un percorso che taglia il giardino a 45°.
Di recente tale spazio (bordato, lungo i lati, da viale Giuseppe Mazzini e via Albense), è stato intitolato a tal Enea Merolli – personaggio di cui ignoravo l’esistenza e che da noi sarà ricordato, probabilmente, da un pugno di persone. Abbiamo, quindi, largo Enea Merolli – da aggiungere al mio elenco dei posti sconosciuti negli indirizzi postali.
Come l’hanno presa gli avezzanesi? In sei mesi ho incrociato un paio di volte un piccolo gruppo d’amici seduti sulle fontanelle ai bordi del passaggio a mattonelle – fin quando uno schizzo d’acqua ha fatto comprendere loro che si erano posati in un posto sbagliato. Sono situazioni che provocano un briciolo d’imbarazzo reciproco. Chi attraversa s’accorge d’interrompere, seppur momentaneamente, l’intimità del gruppo; quelli che conversano sanno che, sistemati in quel modo, danno un’immagine simile a quella dei bravi di don Rodrigo.
Per quanto mi riguarda trovo comodo il «corridoio» nelle mie passeggiate; chi proviene dalla periferia, al contrario, si trova preclusa una comoda traiettoria verso via Corradini e la piazza. A differenza di prima, della sistemazione precedente, ho registrato che mi è passata la (scarsa, in verità) voglia di fermarmi, guardare quei miseri alberelli, avuta fino all’anno scorso. D’altronde è l’intero centro a funzionare come un supermercato all’aria aperta. In ogni modo, aspetto che uno o più gruppi dotati di una sensibilità spaziale diversa dalla mia, si ritrovi in quel posto, anche se per una stagione l’anno].
(Una rettifica. Ieri, a passeggio fuori mano, mi sono accorto che non tutta via delle Industrie è diventata via Nicola Di Lorenzo – sono stato male informato. Avrei dovuto controllare personalmente per evitarmi di scrivere inesattezze.
In definitiva, via Nicola Di Lorenzo parte da via L’Aquila ed arriva a via dei Fiori – costeggiando il sito della ex 3C, «l’unica fabbrica impiantata dentro la città, a ridosso del centro»; l’altro tratto, che giunge a via dei Gerani, attraversando dei campi incolti, ha mantenuto la vecchia denominazione.
Virilio si è occupato in numerose occasioni degli effetti della «miniaturizzazione delle proporzioni dell’habitat terrestre». C’è da studiare le conseguenze, sul modo di pensare degli avezzanesi, dei ripetuti spezzettamenti delle nostre strade attraverso il cambio delle denominazioni di brevi tratti.
Il nostro sindaco punta alla «costruzione di una identità della nostra polis». Secondo me, l’apposizione di targhe e targhette – dedicate agli «amici e parenti sconosciuti di amministratori e amici degli amici» – a dosi massicce, produrrà amnesia, nel migliore dei casi, indifferenza). (8 dicembre 2007)
(Una rettifica. Ieri, a passeggio fuori mano, mi sono accorto che non tutta via delle Industrie è diventata via Nicola Di Lorenzo – sono stato male informato. Avrei dovuto controllare personalmente per evitarmi di scrivere inesattezze.
In definitiva, via Nicola Di Lorenzo parte da via L’Aquila ed arriva a via dei Fiori – costeggiando il sito della ex 3C, «l’unica fabbrica impiantata dentro la città, a ridosso del centro»; l’altro tratto, che giunge a via dei Gerani, attraversando dei campi incolti, ha mantenuto la vecchia denominazione.
Virilio si è occupato in numerose occasioni degli effetti della «miniaturizzazione delle proporzioni dell’habitat terrestre». C’è da studiare le conseguenze, sul modo di pensare degli avezzanesi, dei ripetuti spezzettamenti delle nostre strade attraverso il cambio delle denominazioni di brevi tratti.
Il nostro sindaco punta alla «costruzione di una identità della nostra polis». Secondo me, l’apposizione di targhe e targhette – dedicate agli «amici e parenti sconosciuti di amministratori e amici degli amici» – a dosi massicce, produrrà amnesia, nel migliore dei casi, indifferenza). (13 dicembre 2007)
Ad agosto ho cominciato a pensare al contenuto di questo numero. Me n’andavo passeggiando con il naso all’insù, perso dietro all’andirivieni di un piccolo aereo impegnato a spegnere l’ennesimo incendio doloso, quando ho sentito una strana considerazione: «Che montagna disgraziata!». Nello stesso periodo è stata lanciata l’idea di dedicare un «tributo all’ambiente» il 15 di ottobre. Una bell’idea, considerato che l’argomento è, ormai, materia da blogger – una persona non spaventata dal soliloquio. Non si riesce più a discutere d’acqua, suolo, energia, aria con gruppi anche ristretti di persone. (Forse ho scoperto l’acqua calda: «Il clima d’Italia e di Spagna è clima da passeggiate e massime nelle loro parti più meridionali. Ora queste nazioni non hanno conversazioni affatto, nè se ne dilettano [...] si fanno tuttodì partite di piacere, ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma non si conversa», scriveva il poeta di Recanati nel 1824).
Parlerò d’alberi, meglio, da dove provengono le nostre idee sugli alberi.
Durante l’estate Giovanni Sartori, sul Corriere della sera, ha ricordato le radici d’alcuni comportamenti degli italiani (in genere lo fanno gli antropologi): «non sono un popolo di santi, navigatori ed eroi, ma in buona parte un popolo di cultura contadina che detesta gli alberi e che non ama la natura. Una foresta che va in fiamme non li commuove».
Negli ultimi giorni, in molti, mi hanno chiesto dell’autunno che tarda ad arrivare ed io ho consigliato di fare una passata nei 3, 4 posti della città dove si possono vedere le foglie degli alberi cambiare colore, cadere al suolo.
Andando in giro per la città si può notare che gli alberi, per gli abitanti, rappresentano generalmente una seccatura. Le ultime amministrazioni che si sono succedute hanno tagliato alberi degni di tale nome per sostituirli, quando è successo, con alberelli striminziti che non danno ombra... e mostrano un’idea banale della natura. Immagino che ci sia un collegamento con la pratica (privata) di distruggere gli alberi da parte d’alcune persone, infastidite non si sa bene da cosa. Gli alberelli, piantati dal comune, ben si prestano ad essere spezzati o cavati in pochissimo tempo, con poco lavoro. (Nella realtà, sono numerosi i cittadini che si prendono cura dei pochi spazi di «verde» urbano). Ancora, a ridosso delle elezioni di primavera, sono stati tagliati tutti gli alberi di via Crispi e nessuno ha avuto da obiettare; prima o poi saranno rimpiazzati, anche loro, con quelli anoressici che vanno tanto di moda. Più di un amico, forestiero, mi ha chiesto della bizzarria di tagliare i fusti ad un metro da terra: «Lo fate solo voi». Talvolta è simpatico incontrare, lungo il cammino, spuntoni d’albero e dire che è in corso l’operazione del comune Il Verde in primo piano. (A proposito. A ridosso delle elezioni amministrative, l’aiuola trapezoidale di «largo» M. Pomilio, era circondata da alte barriere verdi – che indicano un cantiere aperto. Ho sbirciato, per mesi, alla vana ricerca di un pezzo di spago, una mazzetta, un cartoccio di chiodi. Niente. Mi chiedevo, anche, come si potevano ridurre quelle poche decine di metri quadrati di «verde». Dopo alcune settimane, la recinzione è stata rimossa: tutto era rimasto come prima. Anzi, no, visto che l’erba aveva preso poco sole ed era bassa e di un verde sbiadito).
Nei miei post estivi ho già affrontato l’argomento Rng Monte Salviano: ci torno volentieri, perché me lo chiedono da tempo.
Il Salviano è un luogo, attraversato da una strada importante, dove dimora una comunità di frati, dove si va a fare il picnic nel lunedì dell’Angelo, dove centinaia di persone vanno a passeggiare nella stagione calda, dove i giovani cercano intimità, dove arrancano ciclisti ed automobilisti durante le cronoscalate, dove c’è un monumento di Cascella, dove «sono stati purtroppo installati numerosi ripetitori radio-tv, che turbano il paesaggio» come scriveva Mario Spinetti nel libro (abruzzese) più copiato e saccheggiato dell’ultimo ventennio – Sui sentieri della Marsica. (Volf, a fine giugno, segnalava su www.primadanoi.it che «ai piedi del Salviano si trovano ancora i resti (malamente) bruciati di centinaia di telefoni ex-SIP e schede elettriche»).
Mi chiedo ancora: era proprio quello, un luogo da vincolare? Lo stato di degrado della zona, la sporcizia abbandonata dai frequentatori, le ultime «realizzazioni», mi lasciano indifferente. Nella logica di alcune zone protette, l’ufficio del parco vale quanto la fauna o la vegetazione.
La mentalità dell’amministratore-tipo è condensabile nella pensata: «Abbiamo dei luoghi bellissimi, quindi dobbiamo farli conoscere a tutti». Gli amministratori, purtroppo, non si limitano a regalare quattrini all’amico che è titolare di un’agenzia di comunicazione, per una campagna pubblicitaria. I parchi devono essere soprattutto accessibili a tutti, ma proprio a tutti – sciancati, senza gambe, fantolini alla E Johnny prese il fucile, storpi compresi. Sono realizzate nuove strade, chioschi, aree per il picnic, percorsi attrezzati. Senza troppi giri di parole, l’area che si vuole proteggere viene, in realtà, compromessa.
In ultimo, riporto un pezzo che ho iniziato a scrivere nella scorsa primavera e che doveva far parte di una rubrica intitolata Certi angoli segreti – tanto per citare il Maestro. C’è stata la campagna elettorale delle amministrative di mezzo, con una lunga serie di lavori ed ho dovuto smettere; la parte tra parentesi quadre è recente:
«E’ un triangolo di verde (pubblico) con una base di una diecina di metri ed un’altezza superiore a venti metri. Una folta siepe, alta un paio di metri, lo separa dalla ferrovia che dalla stazione porta al Nucleo industriale; il cateto più lungo, su via (L’)Aquila, è a stretto contatto con il marciapiede – il trenino passa di rado, mentre la strada è trafficata. E’ da segnalare la presenza di cinque alberi perché sono quelli che si piantavano una volta: erano posti a dimora e non ci si pensava più; oggi se ne piantano di striminziti per sostituirli dopo pochi anni. D’inverno, tra quegli alberi, i ragazzini realizzavano i loro pupazzi di neve.
Fino a poco tempo fa ci si poteva sedere: lo facevano in pochi, perché si aveva l’impressione di stare in vetrina. Oggi, di quel posto, rimane una piccola piazzola d’asfalto. La rimozione sarà dipesa dal fatto che, forse, qualche coppia sedeva colà per amoreggiare. Molti avranno temuto che qualcuno poteva sedere su una panchina per confezionare, più agevolmente, una canna. Da allora la gente del quartiere ha iniziato a vedere quel luogo in modo diverso: cartacce e rifiuti vari hanno fatto la loro comparsa.
Con il passare delle settimane, quattro cassoni dei rifiuti si sono ritrovati allocati proprio davanti al piccolo triangolo di verde; da poco è arrivata anche la campana del vetro. Chi utilizzava quel tratto di marciapiede, ha oggi a disposizione un corridoio largo un metro per passare; molti preferiscono il marciapiede della parte opposta.
[A vederlo oggi sembra cambiato. Alcuni giorni prima delle elezioni, è stato liberato dai fogli di plastica verde e da allora lo vediamo nella forma attuale: una fontanella «ornamentale», un piccolo spazio per sedere, alcuni alberelli che fanno rimpiangere quelli precedenti. E’ stato intitolato a Dant(on)e Simone. Dopo le elezioni, sono stati anche allontanati i cassoni della spazzatura: il luogo ha conquistato un po’ di dignità. Qualcuno dice che, così, è migliorato – anche se non ci metterà mai i piedi –, altri dicono che è leggermente peggiorato perché è meno ombroso di prima e la nuova sistemazione ha inciso poco sull’effetto-vetrina per chi si siede. Io aspetto solo che qualcuno inizi a colonizzarlo... sarà difficile vedere ancora i pupazzi di neve durante l’inverno.]
E’ anche importante scrivere del tronco di ferrovia che costeggia l’area, perché ha subito un trattamento indicativo. Negli ultimi sei, sette anni la sede dei binari e la zona circostante, sono state ripulite in modo talmente minuzioso (maniacale) da sradicare qualsiasi tipo d’erba; anche i sassi sembrano stati ripuliti uno ad uno dalla terra e collocati uno accanto all’altro, in un modo così poco naturale».
(L’undici ottobre ho spedito, per posta perché ho la posta elettronica fuori uso da mesi, i post del blog a Carta – al suo direttore responsabile –, in seguito ho scoperto che un mio compaesano, tal Abraxas, aveva contattato prima di me la stessa rivista. L’ho fatto per i giovani che vanno muovendo – bene o male, non importa – contro le centrali a biomassa in programma dalle nostre parti. Non mi è stato facile scegliere una redazione della carta stampata, dato il groviglio d’interessi che sta dietro alla vicenda, ma ho avuto voglia di veder pubblicato qualcosa «su carta». Mi sono sbagliato. Mi sono recato, il sabato successivo – 20 ottobre – in edicola ma ho notato che, sulla vicenda, non c’era neanche un accenno... in compenso campeggiava mezza pagina di pubblicità al Premio “Abruzzo per la pace e i diritti umani”).
Peace.
Ultimo post sull’impianto di torcia al plasma ed inceneritori vari nel Fucino: torno alle mie passeggiate.
Tutta questa storia mi ha aperto gli occhi su tante situazioni italiane e mi ha fatto capire meglio come funziona la società, dalle mie parti. Non si tratta (non si è trattato), di beghe da cortile, di storie di periferia: è un affare italiano. La stampa nazionale che ha glissato sull’argomento, mi ha deluso – ma giusto un po’. Da anni, le testate giornalistiche e televisive funzionano come dei club: fanno pubblicità solo alle cause degli amici, dei conoscenti degli amici. (Viviamo, tra l’altro, nel tempo della pensée unique). L’atteggiamento censorio dei mass media locali, ha giocato una parte secondaria. Entrano in gioco, invece, le politiche «energetiche» del governo ed il peso politico del Fucino a livello regionale e nazionale.
Qualcuno si è posto un paio di domande: 1) perché rifilare l’unica torcia al plasma, in Italia, a noi e non al Nord densamente industrializzato? 2) perché impiegare, dalle nostre parti, una tecnologia, quella delle centrali a biomassa, che non ha dato risultati soddisfacenti? 2 bis) perché in una zona agricola, in ogni modo antropizzata? Io, ovviamente, mi sono chiesto: abbiamo proprio bisogno di tutta quest’elettricità?
Il movimento d’opposizione alle centrali, da parte sua, è in una condizione di continua catarsi. Ha impiegato alcune settimane per liberarsi dai discorsi delle persone che combattevano un impianto per difenderne un altro, di chi divagava sull’argomento (discariche abusive, raccolta differenziata, ecomafie), di chi invitava a discutere di cose poco discutibili (ciclo della torcia al plasma). Adesso, deve evadere dalla gabbia consolatoria del Web: ci riuscirà? Me lo auguro. E’ importante che molti abbiano acquisito, nel corso dei giorni, un approccio ambientalista: in questo caso funziona meglio degli altri. (Non solo, visto che loro si sono, anche, posti il problema di un Fucino colmo d’alberi invece che di patate, ortaggi, verdure, eccetera).
Mi ha fatto piacere l’interessamento, alla vicenda, di Gianni Tamino.
La novità di queste settimane, è proprio un movimento nato dal nulla. Una mezza novità, invece, è l’atteggiamento dei partiti politici e dei sindacati.
Negli ultimi giorni ho discusso con molti iscritti a diversi partiti: tutti rassegnati all’arrivo degli inceneritori, anche quelli con i figli piccoli. (Qualcuno ha ironizzato sullo scivolone del comune di Luco dei Marsi). I problemi sono sempre «ben altri»: un’ideologia di sinistra che ha contagiato anche la pragmatica (si fa per dire) destra locale. I partiti e le formazioni più folkloristiche, di destra e di sinistra, sono rimaste anch’esse in silenzio, data l’occasione.
Un’altra mezza novità. Le associazioni ambientaliste avevano altro da fare. Greenpeace-Italia ha scritto d’essere alle prese con le sue campagne internazionali ed ha, da tempo, ridotto le sue azioni sul suolo nazionale. Gli altri? Silenzio. Legambiente, con un intervento tardivo e generico, è sembrata a molti non schierarsi con nessuno.
Non sono cambiati i contadini del Fucino, usi a vivacchiare d’assistenzialismo. Il sogno dell’agricoltore-tipo della Piana, per decenni, è stato quello di avere una pensione – magari, di vendere la terra. Sono mancate, in quel mondo, autonomia nelle scelte e capacità imprenditoriale. Mancano proprio i sognatori! E’ sufficiente dare una sbirciata verso la costa adriatica per rendersene conto, evitando di paragonare (sempre) i nostri contadini con quelli del Nord. Qualcuno in Rete ha ricordato come altrove (Castiglion Fiorentino, Russi), nelle stesse situazioni di riconversione, le organizzazioni contadine abbiano assunto una posizione diversa. (Il dato più evidente, in questa ridicola faccenda, è che in una delle terre più fertili della Penisola, vi sono agricoltori disposti a piantare alberi... da bruciare!)
In giro, la gente comune non discute degli impianti a biomasse; qualcuno conosce la protesta contro la torcia al plasma, ma non ne parla con entusiasmo. L’argomento diossina interessa un esiguo numero di persone. Moltissimi, in compenso, si precipitano ai banchetti dell’Airc ad acquistare le Arance della salute o l’Azalea della ricerca. Altrettanti, sottoscrivono per opere benefiche nei Paesi sottosviluppati, ignorando (rimuovendo) le cause del sottosviluppo. (Un argomento estivo, delle tv, è stato proprio l’aumento del prezzo dei generi alimentari dovuto a politiche che fanno crescere la superficie dedicata ai vegetali da bruciare a scapito di quella delle coltivazioni agricole tradizionali).
(18 ottobre 2007)
I quotidiani nazionali perdono molto a non trattare le nostre vicende legate alla costruzione di diversi impianti per produrre energia termica ed elettrica. Analizzando i nostri fatti i politologi comprenderebbero meglio come, in Italia, la politica può diventare una questione da trattare tra privati.
Chi dà fuoco alle polveri, è un uomo di spicco di un minuscolo partito – di cui non si conoscono i militanti. Con il passare dei giorni si sa di numerose decisioni prese all’insaputa degli elettori delle formazioni presenti nel consiglio regionale, degli iscritti ai partiti che siedono in Regione. Lo stesso accade per le organizzazioni, le associazioni di categoria, le associazioni: ci si aggira in un ginepraio di sigle e non s’incontrano mai quadri, militanti, simpatizzanti.
In un mese e mezzo ho registrato solo attacchi alle persone. Mi è sembrato d’esser capitato in mezzo alle pagine di storia che ho studiato alle elementari: solo eroi, condottieri e martiri. (Annales già da un decennio dettava le linee della nuova storiografia).
In queste giornate mi sono chiesto più volte: chi rappresenta (persone con nome e cognome) il segretario del partito X, dell’associazione Y, intervistato da Alfa? (Nelle rare interviste sono comparsi solo gli esponenti di partiti, sindacati, associazioni).
La stessa reazione di Coldiretti contro una testata (pardon, solo del suo direttore responsabile), va letta in questo senso: i campi del Fucino appartengono equamente a Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Copagri, che possono disporre di essi a loro piacimento (comprese aria e acqua). In realtà il direttore responsabile si era macchiato del delitto di aver reso pubblico un accordo, firmato presso il Ministero delle politiche agricole, tra Regione, provincia di L’Aquila, comune di Celano ed Eridania, Sadam, Powercrop per la riconversione dello zuccherificio. Tale accordo prevede, tra l’altro, la costruzione di un grande impianto a biomasse nel Nucleo industriale d’Avezzano. Immagino anche che abbia anche confrontato tale accordo, che autorizza un inceneritore in data 19 settembre, con la posizione dell’associazione agli inizi dello stesso mese, nei primi giorni della vertenza contro l’impianto di torcia al plasma della Fondazione Mirror – «chi sarà tanto temerario da acquistare ortaggi o patate prodotti su terreni che circondano un impianto dove si trattano le peggiori schifezze del mondo?», per capirsi. Il 9 ottobre, tale indi attacca, su www.primadanoi.it lo stesso direttore responsabile, quasi sicuramente, per aver pubblicato sui suoi «volantini» un profilo di Giampiero Catone già apparso su www.societacivile.it. C’è in giro una miscela insopportabile di sciatteria, affarismo e provincialismo che sta imbarbarendo la vita pubblica. A che cosa porterà?
Questa vicenda mi ha mostrato la liquefazione del mondo che avevo davanti agli occhi fino a dieci, quindici anni fa.
Mattia scrive su www.beppegrillo.meetup.com: «Si potrebbero anche creare discussioni e confronti su questo tema con altre associazioni che hanno ancor più esperienza in battaglie di questo tipo. Per esempio Inceneritorizero (associazione nazionale) sezione dell’Umbria».
Ricordo le lotte contro la nocività negli anni Settanta, quando Cgil, Cisl e Uil si battevano per la salute degli operai, dentro e fuori le fabbriche. (Gli operai d’allora avevano, sì e no, la licenza elementare; i quadri sindacali più preparati potevano vantare un diploma di scuola media superiore).
La decina di giovani più attivi nel movimento contro tutti questi impianti, a quale partito o sindacato, si può rivolgere per ottenere uno spazio per le riunioni? I partiti sono ormai tutti americanizzati: si tratta d’assembramenti di collettori di voti e non hanno bisogno di spazi per incontrarsi, per discutere.
Quali progetti per la conca del Fucino, per la Marsica, hanno in mente gli amministratori eletti dal popolo? Da una parte, abbiamo pubblicità massiccia per i parchi naturali circostanti e sagre enogastronomiche in ogni paese per promuovere i nostri prodotti tipici, la nostra diversità, dall’altra si propongono inceneritori che compromettono l’ambiente.
Quattromilacinquecento ettari, dei diecimila, del Fucino da dedicare ad alberelli da bruciare in un inceneritore che spande diossina, dentro la Conca, è da Terzo mondo: cose del genere capitano ancora in alcuni paesi latino-americani. (Nello scorso anno, proprio Celano ospitò, premiò, Gualtiero Marchesi; il grande chef s’informò a lungo sui nostri prodotti, erbe spontanee incluse. Chi gli dirà che quell’immensa piana servirà per produrre elettricità? Chi produrrà ancora le «patate di Avessano», decantate da Igles Corelli in tv?). Gli altri contadini passerebbero, lentamente, a coltivare legname. Questo mi ricorda l’epoca dei principi Torlonia, vera e propria anomalia italiana prima, durante e dopo il fascismo. La differenza consiste nel fatto che, prima, durante e dopo il fascismo, c’erano le associazioni contadine a battagliare contro il monopolio e la monocoltura...
Secondo me, questa serie d’opere «pubbliche» è un modo di risarcire l’Abruzzo interno del mancato dirottamento di fondi destinati ai Giochi del Mediterraneo.
Qualcuno chiederà: perché utilizzare tutti quei quattrini per una tecnologia che, da alcuni anni, sta dimostrando di non essere un buon affare? Qualche altro ha già risposto: è un ottimo affare per i gestori degli impianti... e solo per loro.
Nella logica d’azienda la salute dei lavoratori, di chi abita vicino alla fabbrica è, sovente, un dettaglio. L’esperienza mi ha insegnato che, nel caso di manipolazione di sostanze tossiche o nocive, la direzione aziendale tende, generalmente, a nascondere i rischi derivanti.
La vita, intanto, scorre tranquilla; i quotidiani scrivono sulla fusione tra i comuni di Celano ed Avezzano, sull’orso Bernardo, su miss Abruzzo che posa per il calendario dei Nasi Rossi, sul cane Briciola... e la gente parla della fusione tra i comuni di Celano ed Avezzano, dell’orso Bernardo, di miss Abruzzo che posa per il calendario dei Nasi Rossi e del cane Briciola. «Ciò che è vergognoso è il silenzio assordante dei media e soprattutto l’ignoranza che i comuni interessati mostrano nei confronti di questi progetti», denunciava, nel giorno di san Francesco, www.tuttoabruzzo.it.
Spero che la (stupida) censura applicata, da settimane, a questo gruppo di giovani, non abbia ripercussioni rilevanti sul loro senso delle istituzioni.
(10 ottobre 2007)
A distanza di un mese, dall’inizio della contestazione contro l’impianto di torcia al plasma, che ha portato la nostra zona all’attenzione... del Web, scrivo alcune divagazioni. Il mio intento, anche in questo caso, non è di demolire quello che c’è, quanto ricostruire lo svolgimento della situazione che si vive in questo momento.
Parto proprio dal Web perché, in questa vicenda, resta l’unico luogo in cui alcune persone si sono informate, hanno discusso tra loro, hanno rastrellato nozioni che possono servire per l’avvenire.
Negli interventi traspariva una sorta d’incredulità sull’atteggiamento dei mass media locali. Molti non sanno, o hanno dimenticato, che i cinque impianti (iniziali) sono passati attraverso la Regione senza problemi. L’alleanza di governo fu (stranamente) compatta; la Casa delle libertà non finse d’opporsi. I giornali, le tv, le riviste non hanno fatto altro che adeguarsi, come in altre occasioni, al pensiero dello schieramento di riferimento ed abbiamo il «silenzio assordante» evocato da qualcuno. (E’ ingeneroso parlare di silenzio nei confronti del Centro, visti i suoi numerosi articoli dedicati all’impianto Micron. Ho provato nostalgia per una stampa «indipendente, pluralista, critica e informativa»... ma è un’altra storia).
La mente, a proposito di silenzi, mi riporta agli anni Ottanta, quando da noi circolava l’idea d’impiantare un inceneritore – solo l’idea. Franco Tassi, allora direttore del Pna (oggi si chiama Pnalm), scrisse una lettera ai quotidiani per esprimere il timore che le sostanze diffuse dal camino di un impianto siffatto potessero nuocere alle faggete del Parco, a 50 chilometri di distanza – e agli animali che le abitavano.
Il Pnalm d’oggi è più esteso, l’Abruzzo ha destinato un terzo della sua superficie ai parchi naturali e si vanta d’essere «La Regione dei Parchi». Vi sono, quindi, molti direttori di parco. C’è stato qualcuno, fra costoro, a dire mezza parola sugli inceneritori (a recupero energetico) programmati nella nostra provincia? No.
Il comune di Luco dei Marsi, con i suoi 2400 ettari del Parco Lucus Angitiae, non ha nulla da obiettare al probabile massiccio aumento del traffico camionale verso i confini della zona protetta? (robertotocq su www.beppegrillo.meetup.com, il 22 settembre: «l’area su cui dovrebbe collocarsi [l’impianto della Fondazione Mirror] è un sito archeologico, sismicamente attivo, a ridosso di due centri abitati e di una riserva naturale, bisogna essere dei pazzi!»).
I gestori della Rng Monte Salviano non hanno nulla da eccepire sui due impianti programmati ad Avezzano? I settemila firmatari (un esercito per quel tempo) per l’istituzione del Parco del Salviano dove sono andati a finire? Sono in pensione, in vacanza, ‘dormono, dormono sulla collina’? Il Salviano è il rifugio per «la Grande Esperia Grigia [...] l’Orso bruno marsicano [...] Camoscio d’Abruzzo [...] Lupo appenninico [...] la Lince [...] il Cervo [...] il Capriolo [...] Cinghiale [...] lo Scoiattolo meridionale [...] il meno comune Istrice [...] la maestosa Poiana» – www.terremarsicane.com, www.itinerarivacanze.com. Qualche buontempone, su Wikipedia, ha aggiunto perfino «il grifone». Adesso, tutti questi animali dove sono andati: in crociera, al night, alle terme? Nessuno si chiede: «chi sarà tanto temerario da [visitare parchi] che circondano un impianto dove si trattano le peggiori schifezze del mondo?».
Il vituperato Franco Tassi, trenta anni fa, trattava l’abusivismo edilizio a suon di carte bollate, articoli sui giornali. Ricordo ancora le sue liti con Franco Zunino sul numero esatto d’orsi e di lupi presenti nell’area del Parco: questioni legate al metodo di ricerca. (Credevano al proprio lavoro).
Nel giro di tre settimane si è saputo che, in due comuni aderenti al Pn Sirente-Velino, sono state programmate due strutture: un impianto per la produzione di biodiesel ed un cementificio su un area di 100 ettari. In un altro comune, sempre del Parco, è nell’aria il progetto di un gassificatore. Tutto tace, anche in questo caso.
Si sta parlando dei nostri problemi nel Web, è vero, ma non nei siti che contano, che hanno un peso nell’opinione pubblica nazionale. Da settimane cerco, invano, informazioni sulle nostre vicende nei siti di WWF, Italia Nostra, Lipu e Legambiente – che edita il quotidiano www.lanuovaecologia.it. (L’allusione al carnevale nei miei scritti su queste vicende non è casuale).
Questa è la cifra del nostro isolamento.
In rete ho letto anche del clima che si è respirato a Luco dei Marsi nei giorni più caldi della protesta, d’alcuni metodi poco ortodossi per avvicinare le persone al proprio pensiero. E’ fuorviante ricamarci sopra, se vogliamo analizzare con lucidità ciò che è accaduto negli ultimi mesi.
In realtà, è aleggiata un’atmosfera d’inusitato fair play tra forze politiche, sindacati, imprenditori, associazioni varie. (Giampiero Catone definisce solo «ambiguo» il comportamento del comune di Luco dei Marsi – io l’ho fatto a striscioline nel post precedente. Agli avezzanesi che frequentano il movimento AttivaMente Luco, nessuno ricorda dei due impianti a biomasse, Sadam + VCC Energia, che installeranno dentro il loro territorio comunale. Le forze politiche avezzanesi che si battono con discrezione per l’impianto Micron, evitano – stranamente – la rappresaglia sulla centrale Sadam posta nel loro territorio e più pericolosa della torcia al plasma. L’elenco è lungo).
I comuni non possono rifiutare l’offerta: a) perché sono stati proprio loro a contrattare gli impianti, con largo anticipo, b) perché è un’occasione ghiotta, per le forze politiche, per stornare denaro e brigare sulle assunzioni. I comuni non possono litigare tra loro o al loro interno. Per non scontentare nessuno, ad ognuno è stato elargito un progetto... ed ognuno se lo tiene stretto perché sa che, in caso di rifiuto, subentra nella partita un altro comune. (Purtroppo tutte queste cose non sono state comprese da alcuni dirigenti di Legambiente – Il Centro, 28 settembre –, che continuano a parlare con candore e a distanza di settimane dall’inizio della protesta, solo dell’impianto di torcia al plasma e di «progetto calato dall’alto»).
A differenza delle altre volte, non assisteremo alla costruzione di una strada, un centro di smistamento, un rondeau, un parcheggio inutile. Dai camini degli impianti in programma saranno versate nell’atmosfera sostanze dannose anche per gli esseri umani.
Il detto «la botte piena e la moglie ubriaca» funziona sulla carta stampata, nelle chiacchiere da bar o dentro una città, come ci ha insegnato Italo Calvino. E’ da imbecilli impiantare una macchina che sparge diserbanti accanto ad un parco naturale.
Il movimento sta maturando con il tempo. La conquista maggiore sarà capire che non si tratta, alternativamente, di uno o di quattro impianti potenzialmente pericolosi... anche perché il loro numero è cresciuto con il passare dei giorni. Nel Web ho notato cinque, sei giovani che hanno afferrato la situazione e mi rendo conto che è complicato, per loro, confrontarsi sia con una parte del movimento, sia con gli altri abitanti del Fucino, vittime o complici di una congiura del silenzio. Pensavo, ingenuamente, che dopo Michele Fina e il gruppo regionale dei Verdi, ci fossero altre defezioni nelle istituzioni regionali, provinciali, comunali.
Non bisogna sottovalutare gli stralci d’intervista, sul Centro (29 settembre), al direttore ed al responsabile delle relazioni esterne di Micron. I due hanno risposto in modo scontato, banale alle contestazioni dei contestatori. (A dirla tutta, hanno risposto per le rime alle questioni di AttivaMente Luco. Le figure di Sergio Galbiati e Giuseppe Vecchio appaiono gigantesche se messe a confronto con la pletora di amministratori furbetti con i loro chiens de garde, vecchi tromboni della politica, servi sciocchi, giornalisti a gettone, cafoni avidi o arricchiti, sciur Brambilla all’amatriciana, ambientalisti dell’ultima ora, politicanti corrotti e tanti, tanti, servi). Domanda: Perché rispondere al comitato, dopo due settimane dallo stop del Comune all’impianto? La faccenda è lontana dalla conclusione.
Torno al post precedente. Qualcuno, solo un anno fa, brindava per lo scampato impianto eolico a Serralunga, per la (supposta) gioia degli uccellini in sorvolo e di qualche passeggiatore domenicale turbato dal vedere degli steli metallici. Oggi, uno schieramento più esteso sta facendo passare la costruzione d’impianti che arrecheranno danni all’ambiente infinitamente maggiori di quelli delle pale eoliche.
(3 ottobre 2007)
Da settimane divampa, dalle nostre parti, la polemica sull’impianto di torcia al plasma, proposto dalla Fondazione Mirror, da costruire a Luco dei Marsi. Pensavo d’inserire qualche riga sulla vicenda nel numero d’ottobre dedicato all’ambiente, poi ho sentito parlare in tv (13 settembre) l’ispiratore del movimento contro l’impianto ed ho deciso di scrivere qualcosa.
Sono restio, da anni, ad affrontare un tema del genere per molti motivi e se lo faccio oggi è per via del Web. In questa faccenda, che trovo ridicola per molti versi, il Web (indyabruzzo.indivia.net, www.primadanoi.it, www.ecoblog.it e fogli sparsi) è stato il luogo in cui pochi hanno potuto informare, discutere con distacco e serenità.
L’anno passato ho manifestato, in più occasioni e tra amici, la mia freddezza nei confronti di un movimento che contrastava la costruzione di una centrale eolica a Serralunga, ad un tiro di schioppo dal Pnalm.
Le obiezioni dei contestatori erano essenzialmente due: a) il movimento delle pale avrebbe creato problemi e danneggiato i volatili di passaggio, b) l’impianto avrebbe avuto un impatto devastante sul paesaggio. Per la mia formazione, avevo difficoltà ad accettare o a contrastare le loro motivazioni. In fondo: come faccio a calcolare un numero, per quanto approssimato, d’uccelli che rimarranno feriti o uccisi, in un anno, mentre sorvolano una struttura del genere? Non m’impegno più in discussioni sul paesaggio perché, da tempo, mi sono reso conto che è un concetto un po’ vago. (La teologa Adriana Zarri, anni fa, sul Manifesto: «Trovo quelle pale che ruotano molto belle. Alte, slanciate, sottili, di grande eleganza: tali da non deturpare se mai di abbellire il paesaggio»).
Considero le pale eoliche non un modo crudele per macellare ignari uccellini di passaggio bensì, in maniera pragmatica, un sistema per produrre elettricità. Un impianto eolico è un modo di rispondere ad una domanda d’energia. In Italia sono le Regioni ad avere il polso della situazione, a conoscere le criticità presenti nel territorio.
Chi aveva bisogno d’energia elettrica nella zona a ridossa del Parco? Quanta? Proprio energia elettrica? A che scopo? Per quanto tempo? Queste sono le domande che si pone uno della mia generazione. Pensavo (e penso) che bisognava partire da lì per un’azione efficace contro le pale. L’impianto di Serralunga non si farà; oggi si può anche affermare che c’è stata la vittoria delle obiezioni del comitato contro le pale eoliche. E’ stata una storia molto italiana: all’inizio, quasi tutti a favore delle pale, dopo alcuni mesi, quasi tutti contrari. (In quel periodo, in Abruzzo, erano in ballo altri progetti d’impianti ad energia eolica: per capire cosa ci fosse dietro a tanta frenesia, propongo “Piatto ricco, mi ci ficco!”, adesso su www.site.it, n. 8, luglio 2006).
Agli inizi di settembre è iniziata la protesta degli abitanti di Luco dei Marsi contro un termovalorizzatore (è preferibile scrivere: «inceneritore a recupero energetico») da 50 MW da costruire nel loro territorio, accanto al nucleo industriale d’Avezzano.
Tutto è partito, probabilmente, da un’interrogazione parlamentare (20 giugno) di Giampiero Catone che, per quanto discutibile, aveva posto alcuni problemi legati all’impianto in questione e alla sua posizione. Il parlamentare, in seguito, aveva promesso una campagna informativa in giro per l’Abruzzo e a fine agosto aveva addirittura irriso i protagonisti (istituzionali) della decisione di costruire l’impianto – Adnkronos, 25 giugno. Mi ha irritato che Catone, parlando della torcia al plasma, abbia fatto ricorso, per due volte, al cosiddetto raddoppio di Micron Technology Italia. Trovo, anche, incomprensibile la richiesta di dimissioni di due assessori luchesi, da parte del gruppo d’opposizione.
In questa vicenda non ho capito molto l’atteggiamento dei fucensi: siamo molti nel Web a confessare il nostro spaesamento. Vedo che le parti in conflitto passano il proprio tempo a smembrare il problema ed a rimescolare, a casaccio, i pezzi – come fanno i bambini, per intenderci. Le decisioni politiche di queste settimane derivano da un clima di provincialismo, infantilismo ed ipocrisia. (Shakespeare non si scomporrebbe).
Mi hanno deluso quanti hanno aggiunto i loro commenti a “Fermiamo le centrali” del 24 agosto, a cura di OsservatorioSocialeAQ (indyabruzzo.indivia.net/article/922). Mi chiedo: l’hanno letto?, l’hanno capito? (Sto parlando delle persone più illuminate che ho incrociato, virtualmente, in questo lungo carnevale fuori stagione).
L’intervento è una miniera d’argomenti contro gli impianti «approvati e finanziati» nella piana – sono cinque e non uno, come si pensa ancora da noi. Ne consiglio la lettura e ne riassumo alcune parti.
a) l’esistenza di sei progetti tra il Fucino (Avezzano, Collarmele, Luco dei Marsi, Ortucchio, Trasacco) e L’Aquila. Di questi, tre riguardano dei «termovalorizzatori» mentre gli altri, centrali a biomassa;
b) il bando del Ministero dell’Ambiente (16 gennaio 2007) rivolto alle imprese che vogliono acquistare impianti per produrre energia da fonti rinnovabili – lo stato contribuisce alle spese;
c) l’incontro (31 maggio) tra il Ministro per lo Sviluppo economico, il presidente della Regione, i presidenti delle Province, i sindaci dei maggiori comuni d’Abruzzo per una conferenza su pianificazione energetica, fonti di energia rinnovabili ed efficienza energetica. Il successivo impegno della Regione nel settore delle energie alternative – il 51% per cento dell’energia prodotta dalle fonti rinnovabili;
d) un’interessante descrizione dell’argomento energia da biomasse. La logica del paragrafo può essere applicato anche all’impianto di Luco dei Marsi.
Il gruppo aquilano (?) afferra il toro per le corna. E’ bene che i nuovi impianti produttivi utilizzino meno energia possibile e che questa provenga da fonti rinnovabili, che immettano quantità sempre minori di gas serra, CO2 e polveri sottili nell’aria secondo lo spirito del Protocollo di Kyoto. E’ anche meritorio che lo stato finanzi impianti di produzione d’energia pulita, a basso impatto ambientale eccetera, eccetera. Il gruppo s’interroga se i progetti, «approvati e finanziati», rispondono a tali requisiti e la risposta è negativa. Il lunghissimo intervento conclude così: «per risparmiare petrolio in pratica, peggioreremo l’inquinamento dell’aria ed innalzeremo la temperatura del pianeta molto di più di quanto non accadrebbe». (Tutto ciò è molto, molto italiano).
Chi propone il progetto, la Fondazione Mirror (Sergio Galbiati + Carispaq, Comuni di Avezzano, Gioia dei Marsi, Luco dei Marsi e Rocca di Mezzo, Confindustria L’Aquila, SAES Getters, Province di L’Aquila e Pescara, Sanofi-Aventis, SMC Italia, Fondazione Sviluppo & Competenza, Unicredit italiano, Centro di Eccellenza West – l’elenco aggiornato si trova su www.fondazionemirror.it), deve dimostrare che il suo impianto produrrà energia con un costo ambientale complessivo minore rispetto ai sistemi tradizionali (combustibili fossili). (Il progetto Mirror non prevede solo le torce al plasma ed è l’unico dei cinque che interessano la nostra zona di cui si conosce, quasi, tutto).
Mi chiedo: è possibile – nella fase attuale o in quelle precedenti, da noi o in Val Vibrata – prevedere una cosa del genere? La risposta è una sola: no! Micron, d’altro canto, può garantire all’impianto solo il suo apporto giornaliero... la quarantesima parte del necessario. Nessuno conosce i futuri clienti dell’impianto (quelli che meglio corrisponderanno alle logiche di profitto dell’azienda), e soprattutto da dove arriveranno i camion carichi di rifiuti tossici – non è un dettaglio. Verranno da Brescia, da Lyon, da Pordenone, da Lausanne?
Un impianto del genere ha convenienza e senso in una zona con un’alta densità industriale, dove si può ipotizzare che, per «dar da mangiare» alle torce, bastano le fabbriche che si trovano entro un raggio di 35, 40 chilometri – perché, purtroppo, nel conto bisogna anche calcolare l’energia impiegata per spostare i mezzi che provvedono al conferimento dei rifiuti e l’inquinamento prodotto durante tale operazione. (Un calcolo grossolano, mi fa scrivere almeno 300.000 chilometri a settimana – oltre 15 milioni di chilometri l’anno. A questo punto, penso che l’impianto non sia più un mezzo per ridurre la quantità degli inquinanti; l’impianto diventa un fine... o il mezzo per raggiungere uno scopo ignorato dalla collettività). L’ecologista, in tal caso, accetterà le cifre che gli saranno sottoposte, pur sapendo che le piccole aziende avranno la convenienza a smaltire, come sempre, illegalmente; l’impianto potrà coprire la loro defezione con fabbriche poste a distanze, di molto, maggiori. (A proposito. Quanti, a caccia d’informazioni, si sono imbattuti nella frase di Luigi Mille, dirigente del Servizio rifiuti-Regione Lombardia, a proposito della torcia al plasma: «una tecnologia applicabile “in situ”, consentendo di distruggere i rifiuti tossici in prossimità di luoghi di produzione, evitando pericolosi e costosi trasporti all’impianto di trattamento»? In www.puntoenergia.com). (Immagino l’industriale avezzanese, cliente Carispaq, che compra con il proprio denaro una centralina a petrolio, complessivamente, meno inquinante di uno o più impianti programmati, pagati con soldi pubblici... con chi si può lamentare? Mi pongo un’altra domanda: con quanti marsicani, il nostro industriale, può pronunciare le parole «Fondazione Mirror»?)
Per me il nocciolo del problema sta nel fatto che lo stato italiano sta finanziando uno, due, forse più impianti che non garantiscono i requisiti richiesti. Puntando il dito sulla responsabilità dello stato italiano (o la Regione), posso cominciare a pensare che la faccenda interessi anche altri italiani (o altri abruzzesi)...
Il movimento AttivaMente Luco, ha sbandierato, con insistenza, due argomenti legati tra loro: a) la salute degli abitanti, b) i rischi per le colture del Fucino.
L’esperienza mi ha insegnato che agitare lo spettro del rischio per la salute è una tattica che funziona nel breve periodo: la considero, in questo caso, un’arma spuntata.
Chi visita una centrale nucleare, dopo aver attraversato ambienti lidi e spaziosi, al termine dell’escursione si troverà a passare davanti agli scarichi dell’impianto. Il visitatore ammirerà un grazioso canale, abitato da pesciolini rossi, che scorre tra due file d’alberelli. Il nostro uomo sarà portato a pensare che il tasso di mortalità degli addetti alla centrale, degli abitanti della zona dipenda dalla vita disordinata che conducono. Passeggiando per il centro più vicino all’impianto, chiederà ai passanti il nome scientifico delle margherite giganti; scambierà un topolino per una scarpa vecchia. Un commento, su Indymedia-Abruzzo, ha citato il Dossier Rifiuti. Legato a quell’iniziativa editoriale, risalente al 2004, si trova l’intervento “L’incenerimento dei rifiuti: una domanda o la risposta?” di Marco Caldiroli, che dimostra, in trasparenza, quanto i controlli sugli impianti d’incenerimento (tradizionali) siano diversi tra loro e la difficoltà a controllare il percorso dei contaminanti, una volta immessi nell’aria – www.ilmanifesto.it. Un’Asl, uno studio specializzato, possono certificare, in buona fede, che un inceneritore molto inquinante è sicuro dal punto di vista delle emissioni. Un impianto a norma, viceversa, può essere classificato come pericoloso per la salute – sempre in buona fede!
Non avrei giocato la carta del rischio per le colture, dato che da noi non si coltivano vigneti per produrre champagne o Brunello di Montalcino; in compenso mi sarei informato sulla durata della vita dello stabilimento. E’ conveniente impegnare a tempo indeterminato, in un comune dedito (per quanto part-time, per diletto e sempre meno) all’agricoltura, una superficie di 40 ettari per un’attività (mi riferisco a quella delle torce al plasma) che dura molto meno della metà di una vita umana? Penso che ai contadini luchesi (agli avezzanesi che li hanno spalleggiati a vario titolo), arrecherà maggior fastidio la centrale Sadam d’Avezzano bruciando materia vegetale ad una temperatura, presumibilmente, intorno a 900° C.
L’equivoco maggiore della vicenda è stato scambiare sistemi per produrre calore ed elettricità con macchine per smaltire rifiuti. (“Il ministro Pecoraro Scanio contro l’impianto di smaltimento rifiuti Micron” è un titolo del 18 settembre – www.primadanoi.it). Da una settimana a questa parte non si fa altro che parlare di rifiuti. In moltissimi hanno dimenticato che, presso i mass media e la politica locale, il complesso dell’ex-zuccherificio d’Avezzano ha fatto notizia come dormitorio per extra-comunitari più che per l’ingente quantità d’amianto che vi è, tuttora, depositato. Chi ricorda, ancora, la vicenda della discarica illegale a Scurcola Marsicana (prossima alla Rng Monte Salviano), dove la Forestale ha trovato ammucchiate circa 90.000 tonnellate di rifiuti tossici?
Consiglio di leggere “La classifica della raccolta differenziata in Abruzzo”, allegato ieri al Centro – è rimasto negli espositori delle edicole perché in pochi lo hanno degnato di uno sguardo. E’ la cifra dell’inettitudine dei nostri amministratori, che non riescono a scopiazzare le misure adottate dai comuni di più di mezza Italia per raccogliere i rifiuti. Buona parte della responsabilità va addebitata anche al comune cittadino che non riesce ad abituarsi all’idea di separare, dentro casa e molto prima d’avviarsi verso i cassonetti, le bottiglie di vetro dalla spazzatura, i giornali dai contenitori di plastica. (C’è anche da immaginare la ricaduta dell’istallazione d’alcuni «forni» in una zona con una bassissima percentuale di raccolta differenziata, in leggera decrescita d’anno in anno).
E’ un gran bene che il comune di Luco dei Marsi abbia bloccato l’iter per la costruzione dell’impianto.
Spero che in queste ultime settimane, molti abbiano capito dove si sarebbe andati a finire sviluppando «la cultura e la tecnologia dell’idrogeno da fonti rinnovabili per contribuire all’autonomia e all’ottimizzazione energetica», espressione accettata e sottoscritta l’anno scorso – www.site.it, n. 9, dicembre 2006. Immagino anche che le istituzioni comunali e provinciali abbiano compreso che essere «protagonista della rete del territorio, portatore di conoscenza, promotore di progetti, realizzatore di progetti, apportatore di competenze, investitore di risorse, facilitatore di relazioni, opinion maker del territorio» (www.fondazionemirror.it), è complicato se ci si trova ad agire insieme a soggetti che hanno interessi diversi, quando non contrastanti, con quelli delle persone che eleggono i rappresentanti delle predette istituzioni. Consiglio anche la lettura dell’inserto Micron su www.site.it, n. 9, dicembre 2006: c’è un grazioso ritratto di famiglia della Fondazione Mirror. Si può notare, dopo tre settimane di pazza gioia, la nuova posizione d’alcune persone che stavano dietro ai «Soci sostenitori» elencati in precedenza, ed anche alle categorie «Soci sostenitori candidati» e «Altri soggetti che hanno manifestato interesse».
Il comitato AttivaMente Luco ha vinto: grazie e, soprattutto, complimenti visto che, nel giro di due settimane, è riuscito a raggiungere il suo obiettivo.
Prendiamo le due (Serralunga e Luco dei Marsi) vittorie: ci hanno insegnato qualcosa? Si possono adottare gli stessi metodi, le stesse tattiche, per vicende analoghe? Possono i due insegnamenti, soprattutto, impedire che situazioni del genere si producano di nuovo?
I contestatori avranno un bel daffare per far conoscere agli abitanti degli altri centri fucensi i rischi legati agli altri impianti programmati. So che da una settimana a questa parte stanno calmi, nonostante il successo conseguito; mi chiedo: perché non proseguono la lotta, coinvolgendo le popolazioni degli altri comuni interessati dalla costruzione d’altre centrali? Si godono il riposo del guerriero o pensano che dal camino di qualche centrale venga fuori Violetta di Parma, Chanel n. 5?
Non ho idea di che cosa inventeranno, i luchesi, per far crollare il muro di silenzio costruito, in questa vicenda, intorno ai trasaccani, agli ortucchiesi, ai collarmelesi... a noi avezzanesi ‘che siamo tutti morti e non ce ne siamo accorti, e continuiamo a dire così sia’ come cantava il prof negli anni Settanta.
(Complimenti anche ad ambiente per “Cosa manca nello studio sull’impatto ambientale” – indyabruzzo.indivia.net/article/972. Mi rattrista molto il silenzio di Legambiente e WWF dell’Abruzzo: avrebbero qualcosa da insegnare, a livello metodologico).
23 settembre 2007